«Ora et labora» è un motto largamente diffuso che in due parole definisce il carisma monastico, che a una vita dedicata alla preghiera unisce il lavoro, prima manuale e in seguito anche intellettuale. In particolare questo si dice del carisma benedettino, dato che i monaci di san Benedetto vivono del lavoro delle loro mani; ma anche in altri Ordini, mendicanti o comunque largamente affidati alla Provvidenza, non esiste vita oziosa, e la preghiera e la contemplazione sono sempre abbinate al lavoro. Il valore del lavoro per i cristiani si rifà alla celebre affermazione dell’apostolo Paolo: Chi non vuole lavorare neppure mangi. Questa nuova spiritualità, che affonda in concezioni di teologia biblica (anche se nell’Antico Testamento ancora il lavoro poteva essere visto in maniere diverse) veniva a modificare la mentalità aristocratica del mondo classico, per il quale l’uomo libero non poteva abbassarsi al lavoro, riservato ai servi e agli schiavi. Questo creava un marchio sul piano morale, sociale e persino giuridico su colui che lavorava. Tutti i grandi legislatori monastici del III e IV secolo fecero riferimento alla frase di Paolo per inserire stabilmente il lavoro manuale fra le attività che nobilitano l’uomo, consentendogli sia di crescere in umanità, sia di organizzare e mantenere la vita comunitaria. Sant’Antonio abate (252-356), san Pacomio (292ca.-346/347), san Basilio di Cesarea (330ca.-379), san Giovanni Cassiano (360ca.-435), parlavano del lavoro manuale come di un mezzo per purificare il cuore e la vita del monaco, tenere lontano il vizio dell’accidia, aiutare i poveri e i monasteri più poveri. Il lavoro come mezzo di sostentamento del monaco e della comunità consentiva poi di sottrarsi completamente a compromessi con lo spirito mondano, alle sue leggi e alle sue pressioni, di non dover ricorrere all’elemosina per vivere, assicurando sia la sopravvivenza sia l’indipendenza della comunità. Grande sviluppo ebbe il lavoro nelle abbazie medievali, dove i monaci idearono sistemi per la bonifica e la coltivazione dei terreni, selezionarono tipi di piante pregiate, vini, formaggi, ideando cibi e bevande particolarmente qualificati che ancora fanno parte della nostra cultura alimentare. Lo stesso dicasi a livello di artigianato e tecnica, per non parlare delle copie dei manoscritti e dell’editoria. Questo lavoro portato avanti con costanza lungo i secoli ha creato ricchezza: attorno alle Abbazie sono sorti paesi, nel tempo spesso le terre sono state cedute o espropriate da diversi governi che si sono succeduti – pensiamo soltanto ai monasteri completamente soppressi da Napoleone, o anche dallo Stato Italiano con le leggi Siccardi (1850) del Regno d’Italia: per intendersi, al tempo di Vittorio Emanuele II e di Camillo Cavour. Conventi e monasteri ancora oggi sono in possesso di beni immobili, non paragonabili a quelli del passato, ma ereditati o dal lavoro delle generazioni precedenti o da donazioni – nonché diminuiti da furti ed espropriazioni. Si tratta di edifici, chiese e conventi, beni artistici, culturali, sacri. Proprio per insegnare a gestire e mantenere questi beni, che sono patrimonio della chiesa, ovvero di tutti i cristiani e in certo senso anche di tutti gli abitanti del nostro paese che siano in grado di apprezzarli, la Congregazione per i Religiosi ha tenuto a Roma un congresso, invitando le monache italiane, più precisamente le superiore e le econome. Molte cose sono state dette, da Cardinali, Vescovi, professori, ecclesiastici e laici, molti problemi condivisi e discussi, che evidentemente eccedono le possibilità di questa paginetta. Il succo che ne abbiamo tratto? Potremmo riassumerlo così: Da quando Gesù Cristo si è incarnato, è divenuto uno di noi, si è guadagnato il pane come carpentiere, abbiamo cominciato a capire la nobiltà umana del lavoro. I nostri padri e le nostre madri, dedicandosi a una vita di preghiera, non hanno voluto né potuto separala da questo aspetto, disincarnare Cristo. Hanno capito che lo spirito e la carne debbono formare un tutt’uno, il corpo deve servire lo spirito e i due svilupparsi insieme, come si sviluppa una meravigliosa cattedrale in cui sale il canto della lode e si dispiega il Mistero dell’Eternità, perché tutti possano coglierne qualcosa. Vivere la povertà religiosa non significa trascurare le realtà umane, significa metterle al servizio dello spirito e ordinarle secondo Dio.

Sr. Monica della Volpe

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