L’associazione Nostra Signora della Pace ha rivisto i suoi statuti secondo la nuova legislazione.
La partenza per i cieli eterni delle due colonne del decennio precedente, quella religiosa, MADRE ANTONIA, quella laica, il DOTTOR PAOLO LAVINO, ci ha dato per il numero scorso l’occasione di commosse rievocazioni, insufficienti a dire il tanto ricevuto. Ma il dottor Paolo, Pai Paolo, non ci ha abbandonati perché la sua opera di sostegno alla popolazione della montagna prosegue, grazie al figlio, dott. Benedetto Lavino, e a Bottega Verde.
Mentre stiamo per andare in stampa apprendiamo, con immenso dolore, della morte di un altro nostro grande amico e benefattore: EUGENIO PONTIERI, vittima della pandemia insieme alla sua anziana mamma.
LA COMUNITÀ MONASTICA dal canto suo si interroga sull’eredità lasciata da madre Antonia e dalle altre monache che ci hanno precedute, su quanto è stato fatto e su quanto rimane da fare.

Siamo partite per l’Angola con un unico fine: dare vita a una comunità monastica benedettina, contemplativa, costruire un monastero e impiantarvi la vita monastica.

Quaranta anni sono passati prima che potessimo completare il monastero con la costruzione della chiesa. A che punto siamo?

I monaci e le monache che vivono secondo la Regola di san Benedetto hanno un unico fine: la ricerca di Dio, e da qui derivano, sempre, in tutti i Paesi, lungo tutta la storia, innumerevoli conseguenze. Anzitutto, cercando Dio incontriamo l’uomo con tutte le sue necessità e cerchiamo di rendere più bella la sua vita e il mondo in cui abita. Secondariamente, l’incontro si allarga alla comunità umana, prima a quella di coloro che necessitano di aiuto – e in Angola quanti, quanti! Tanti di più, perché nel lontano 1983 siamo arrivate in un paese in guerra, durata sino al 2002.

A questo si aggiunge l’incontro con la comunità di coloro che si aprono al bisogno dei fratelli. Quante famiglie italiane, anziani, pensionati, persone sole, hanno tratto dal loro poco, dalla loro povertà o dal loro superfluo mese dopo mese, lungo gli anni e con fedeltà impressionante adozioni di bambini e sostegni alle famiglie. Per tutta la vita un giudice ha donato metà del proprio stipendio per i poveri dell’Angola: confidiamo che ora nell’altro mondo abbia raccolto il frutto della sua generosità. Chi ci ha donato tempo, lavoro, interventi nel Paese; chi un lascito, chi sostegno in mille altri modi che non si possono enumerare.

Infine l’incontro fra culture, fra comunità umane, ciascuna col proprio modo di vivere e di esprimere anche la fede, che necessita di ascolto e dialogo, conoscenza approfondita, riflessione, non per poco tempo, ma lungo i decenni.

 

Qual è oggi la domanda più vera che il Signore ci rivolge tramite i volti dei nostri fratelli e sorelle angolani? Quali le nostre possibilità attuali?

Non saremo noi a rispondere, ma la vita.

In attesa di risposte, una riflessione su quello che ci è stato chiesto in questi anni, sulle aree più importanti del nostro impegno, per nessuna delle quali, è bene dirlo, eravamo specificamente preparate.

 

Prima di tutto quella della povertà: i bambini, gli anziani e i disabili, soprattutto i mutilati di guerra. I rifugiati, che si assiepavano attorno alla nostra casa. Abbiamo aperto la casa, abbiamo chiamato a raccolta le forze, abbiamo fatto quello che era a noi possibile. Oggi il panorama è mutato, la guerra è finita, la povertà è ancora lì, viene da nuovi sfruttamenti: un Paese ricchissimo, oggi assalito da altre potenze straniere. Il senso di impotenza cresce. Il secondo grande impegno è stato quello sanitario. Fra le conseguenze della guerra e della miseria il Signore mediante l’aiuto di tanti ci ha permesso il miracolo di un laboratorio galenico, che la comunità monastica ha impiantato e fa funzionare e che la nostra Associazione sostiene, e che è un fatto unico in Angola; e tutto un lavoro di aiuto a centri medici a partire da questo. Siamo piene di gratitudine per questo dono, certamente è un settore in cui continuare ad impegnarci; e tuttavia non è per questo che siamo venute in Angola.

Il terzo settore importante possiamo dire sia stato quello di un aiuto alla gioventù, a partire dalla nutrizione e dai bisogni elementari dei più piccoli, per puntare poi sulla scolarizzazione e sulla formazione. Non siamo qui per fare l’elenco delle benemerenze, più di tanti amici che nostre, ma solo per sottolineare un campo che continua a starci particolarmente a cuore. Ed è qui che la presenza monastica si articola più specificamente con l’azione di una associazione di volontariato come la nostra. Potremo sempre dare da mangiare a qualcuno, potremo sempre curare qualcuno; fosse anche un solo fratello o sorella, questo non perderebbe il suo significato; ma sarà solo il loro crescere in umanità che potrà permettere agli angolani di lavorare per il cambiamento della loro vita e del loro paese. All’interno di questo vastissimo campo, molti sono gli aspetti di cui si potrebbe parlare, vorremmo oggi sottolinearne uno: l’attenzione alla scolarizzazione delle ragazze. Nei villaggi si cerca più o meno di consentire l’accesso alla scuola, sino a quando possibile, ai figli maschi; per le bimbe è diverso, e spesso a 12-13 anni, dopo essersi allenate portando i fratellini, hanno già un bimbo proprio legato sulla schiena. Di fronte a questa situazione, madre Manuela si è sempre adoperata per aiutare le ragazzine più vivaci e desiderose di imparare a non interrompere la scuola. I tentativi sono stati moltissimi, e spesso non andati a buon fine; ma mai abbiamo rinunciato. In un’epoca in cui o le donne sono ancora marginalizzate o lo stesso tentativo di valorizzarle le penalizza ancora di più, sentivamo di dover fare qualcosa. Il tentativo meglio riuscito è stato senza dubbio la casa-collegio della Tchilonga, di cui abbiamo già parlato (cfr. Il Seme n.20). Un collegio per ragazze, tenuto e gestito da suore di una Congregazione Messicana, unico in Angola, in cui si viene da ogni parte del paese. Forse questo collegio si colloca meglio di altre opere al cuore del nostro sogno: una presenza articolata.

Al cuore, la comunità monastica contemplativa, con il suo valore di stabilità; stabile nella fede, nella presenza, nella perseveranza fra le difficoltà e anche i fallimenti. Stabile nell’orientamento, nell’accoglienza delle ragazze che arrivano e nel tentativo di formarle nella vita monastica, per il servizio essenziale della comunità benedettina: la lode di Dio e l’amore fraterno. É così che il monastero diviene presenza evangelizzante al cuore del popolo, col suo solo esserci, senza esaurirsi in opere. Le opere, come si è visto, nascono da sé. Ma per portarle avanti nel tempo con costanza occorrerebbe la presenza di Congregazioni come quella delle nostre sorelle messicane; occorrerebbero presenze sacerdotali e laiche capaci di gestire e far sviluppare i semi delle opere che germogliano: c’è bisogno di una sinergia che veda impegnate tutte le forze, in modi molteplici e in una unica direzione.

In questi anni, come dicevamo, c’è stata tanta collaborazione, ma il bisogno è più grande e le forze in campo si esauriscono senza che i problemi siano risolti. C’è un grande lavoro, c’è bisogno di tutto, e di tutti.

 

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